Stemmi Vescovili

Ravello è stata sede episcopale dal 1086 al 1818.

Ben 54 vescovi si sono succeduti, rappresentanti più autorevoli di una città che, in una società caratterizzata da un intimo legame tra vita civile e religiosa, proprio grazie a tale presenza, acquisiva il titolo di “Civitas”.

La peculiarità del vescovado ravellese consistette nella totale esenzione dal Metropolita di Amalfi, grazie al privilegio, conferito da Urbano II con la bolla del 13 ottobre 1090, rinnovato dai pontefici successivi e confermato “in perpetuo”, unitamente ai privilegi ricevuti da Ruggero, Guglielmo I e Guglielmo II, con bolla del novembre 1254 di Innocenzo IV. I primi vescovi furono espressione delle nobili famiglie ravellesi; il palazzo episcopale era posto alle spalle della cattedrale, un viale attraversava le vigne del “ giardino di monsignore” e permetteva un accesso diretto alla basilica.

Nel 1299 mons. Giovanni Allegri “assai stimato da Carlo II… cappellano, consigliere ed amico” ottenne dal sovrano angiono il permesso di impiantare una tintoria (celendra), che venne costruita “vicino al Vescovado” e restò attiva fino alla peste del 1656. La mensa vescovile col tempo si arricchì di diverse proprietà, donate da esponenti delle nobili famiglie e da semplici fedeli mossi dall’amore per la loro chiesa. Oltre a tali beni l’Episcopio possedeva lo “jus calcarie”, il diritto su tutte le fornaci di calce della città (le “calcare”), lo “jus macelli”, il diritto sul macello degli animali e lo “jus pescandi et prohibendi”, la decima sul pescato di Castiglione, contro cui, senza successo, avanzò pretesa di possesso il comune di Atrani nel 1779.

Su tutte le merci, acquistate o vendute, vigeva lo “jus plateatico”, concesso nel 1098 al vescovo Costantino Rogadeo dal doge amalfitano Marino Pansebaste; proprietà della mensa era anche l’“Aqua Sambucana”.

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Nel 1603 Clemente VIII unì le due sedi vescovili di Ravello e Scala affidandole ad un solo vescovo, soggetto al Metropolita di Amalfi in quanto vescovo di Scala, ma dipendente direttamente dalla Santa Sede come vescovo di Ravello. L’unione delle due cattedrali portò anche ad un’accesa controversia tra le città, che desideravano aver la precedenza all’atto dell’insediamento, tradizionalmente salutato da suoni di campane e spari di mortaretto. Per tale ragione, nel 1706, mons. Nicola Rocco prese contemporaneamente possesso delle due sedi attraverso due procuratori. Ugual cosa fece mons. Giuseppe Maria Perrimezzi, il 13 maggio 1707 con suono delle campane di tutte le chiese, sparo di mortaletti e canto del Te Deum …, nel qual giorno et ora si è sparato nella punta del Pianello (Ravello), acciò nel medesimo tempo fusse preso possesso in detta città di Scala et in un istante si è sonato et sparato in questa ed in quella città il tutto per togliere controversie circa il possesso delle due Chiese..”.

Alla fine del Settecento il capitolo della cattedrale era composto da sei dignità (Arcidiacono, Arciprete, Primicerio, Tesoriere, Penitenziere e Teologo, di cui le prime tre esistenti ab antiquo e le seconde istituite tra il XVI e il XVIII secolo), dodici canonici e quattro ebdomadari.

Nel 1818 l’ episcopato ravellese, come altre diocesi minori, per l’esiguità delle rendite veniva soppresso dal Concordato tra Papa Pio VII e Ferdinando I. “L’ora della completa decadenza di questa illustre città era suonata”. I capitolari cercarono in tutti di ottenere una dispensa: il 4 giugno una delegazione del capitolo, disposto a rinunciare a tutte le rendite per accrescere il patrimonio della mensa, si recò a Napoli al fine di chiedere la permanenza del vescovo. A nulla valsero tali sforzi “l’ultimo colpo per Ravello venne e fu l’abolizione del Vescovado”.

A testimoniare il glorioso passato restavano ormai soltanto i monumenti e le pergamene dell’archivio vescovile, che un silenzio odoroso d’incenso, diventatone il geloso custode, avrebbe preservato dall’inesorabile trascorrere del tempo.

La Chiesa di Ravello nel 1918 è stata elevata a Basilica Minore e nel 1969 ha riottenuto il titolo di Cattedrale con l’elezione di un vescovo titolare.

I disegni sono del prof. Salvatore Amici